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Servizi - proposte della biblioteca - Massimo Carlotto
Massimo Carlotto
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“Ho un passato ingombrante”, scrive Massimo Carlotto nella pagina che apre Il fuggiasco, il suo primo libro. Il passato, buone letture, una sensibilità acuminata, tante notizie di prima mano attinte direttamente nel mondo criminale fanno di lui una delle figure di maggior spicco del noir italiano - la prosecuzione romanzesca, assicura, delle inchieste giornalistiche, una variante metaforica per praticare quella che un tempo si chiamava "controinformazione" e non beccare querele. La sua scrittura è secca, di buonissima qualità ed è entrata nel cuore di alcuni critici (Guglielmi, Paccagnini, Romagnoli, Pent, Fofi, La Porta, fra gli altri). Le storie nascondono un congegno minuzioso, rendono mirabilmente il gelo di certi ambienti. Gli scenari che predilige sono il Nord Est e qualunque luogo si presti per raccontare le sacche oscure della gente perbene, l'intreccio di economia criminale ed economia legale, la zona opaca dove per far giustizia le regole sono a volte un impaccio, se non una fregatura. Le vendite dei suoi libri crescono, crescono le traduzioni (Francia, Germania, Spagna) e il suo sito Internet è visitato da una media di cinquanta persone al giorno. I lettori suggeriscono storie e lui le approfondisce.
Ha quarantacinque anni, è alto, ha il volto arrotondato e i fianchi un po' larghi. Il suo passato, racconta, lo ha stivato in cinque grandi casse di legno e quando ha tentato di sollevarlo ha rischiato di rimanerne schiacciato. Erano atti giudiziari, perizie, articoli di giornale, lettere, telegrammi e appelli. Lo ha sistemato in cantina e ogni volta che trasloca - gli è accaduto tre volte da quando è uscito di prigione - lo spolvera, lo imballa e lo trascina con sé. Abita a Flumini di Quartu Sant'Elena, a cinquanta chilometri da Cagliari, una collina lungo la strada che conduce a Capo Carbonara.
Tutte le mattine, portando il suo labrador a nuotare, passa davanti a Porto Armando, il porticciolo turistico fatto costruire da Armando Corona, ex Gran Maestro e ancora potentissimo massone. Vive facendo lo scrittore e offrendo le sue competenze ad avvocati e inquirenti. Ha inventato un detective, l'Alligatore, anche lui con un passato ingombrante, amante del blues e del calvados, che non si fida a sufficienza di poliziotti e investigatori, e lavora gomito a gomito con ex galeotti. Pubblica articoli sui giornali. Nei suoi romanzi Carlotto regola una parte di conti con il suo passato. Lo fa usando la letteratura, che solitamente non ha scopi pratici, ma che nel suo caso serve a ricostruire una vita o almeno a suturarne le ferite, a illuminarne i passaggi. E il noir gli viene comodo per scandagliare un ambiente, una tipologia sociale e antropologica - il Nord Est, Cagliari - meglio di quanto sia consentito ad altri generi.
Carlotto racconta così il suo passato. Una sera di gennaio del 1976 a Padova, la sua città, mentre rientra a casa sente delle urla strazianti provenire dalla palazzina dove abita sua sorella. La porta di un appartamento è socchiusa. Entra. Margherita Magello, venticinque anni, è stata colpita da cinquantanove coltellate. Ha indosso un accappatoio zuppo di sangue. Riesce a pronunciare qualche parola, poi china il capo e muore. Massimo tocca il suo corpo. Ha paura e scappa. Forse, nascosto, c'è ancora l'assassino.
Massimo ha diciannove anni, da quando ne aveva tredici milita nell'estrema sinistra. Prima gruppi maoisti, da qualche tempo è iscritto a Lotta Continua. Padova è luogo di fermenti: Potere operaio è molto forte, di lì a poco spunterà l'Autonomia di Toni Negri e due anni dopo scatteranno gli arresti del "7 aprile". Esiste un codice rivoluzionario: qualunque fatto insolito va riferito ai propri dirigenti.
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E Massimo rispetta quel codice. Dopo Lotta Continua, va a casa, parla con suo padre e, trascorse alcune ore, chiama i carabinieri. "Mai più farei una sciocchezza del genere", racconta oggi, chiacchierando sulla spiaggia del Poetto e assicurando che, no, in nessun modo lo imbarazza parlare di quella vicenda. Quella vicenda non finisce con la telefonata ai carabinieri. Massimo Carlotto viene arrestato.
Al primo processo (maggio '78) viene assolto dall'accusa di essere l'assassino di Margherita Magello, ma un anno dopo la Corte d'Appello lo condanna a 18 anni. La Cassazione conferma nel novembre dell'82. Carlotto urla la sua innocenza con quanto fiato ha in gola. Ma decide di scappare. Prima Parigi, poi il Sudamerica. Tre anni di latitanza e poi rientra in Italia, direttamente in carcere. È fiaccato. In cella si ammala: dismetabolismo organico, in pratica bulimia, esposto al rischio di infarto e di ictus. A suo favore si mobilita un comitato che sfoggia firme illustri, da Norberto Bobbio a Jorge Amado, più dodicimila altre sottoscrizioni e Massimo ottiene gli arresti domiciliari. Nel 1989 la Cassazione ordina un processo di revisione, che viene celebrato nel '90 a Venezia, ma interrotto poco dopo per una questione procedurale: Carlotto deve essere giudicato con il nuovo o il vecchio codice? La Consulta impiega un anno a decidere, ma intanto la Corte veneziana cambia e, mentre tutto fa prevedere l'assoluzione, ecco che fioccano 16 anni, poco dopo confermati in Cassazione. È questo il passato ingombrante di Carlotto compresso nelle cinque grandi casse di legno. Il finale lo scrivono, nell'aprile del 1993, il ministro Guardasigilli Giovanni Conso e soprattutto il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che, istruita una rapidissima pratica, gli concede la grazia. Inizia quel giorno la seconda vita di Carlotto. La letteratura diventa il suo acquario. In carcere ha scritto molto, ma ora, aiutato da Grazia Cherchi, riesce a dare una forma a quella prorompente facoltà del narrare che lo ha afferrato e che si è via via riccamente contaminata con la materia dolorante della sua vita. Non è un riscatto: è il modo per riconoscersi. Il fuggiasco racconta la latitanza, rivestendo di ironia una specie di autobiografia collettiva, in cui la propria fuga è quasi una paradossale, comica inezia rispetto alla tragedia delle decine e decine di sbandati, gente perbene, ex terroristi, terroristi in servizio, ricattatori e infami che hanno costituito in Sudamerica una specie di carcere senza sbarre.

da Le due vite di Carlotto, un caso giudiziario e letterario di Francesco Erbani, in massimocarlotto.it
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